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SCIROCCO

Qui tira vento da sud-est, è scirocco.

Quel vento ti bagna la schiena e ci incolla su la camicia come un francobollo.
E' umido, quasi acqua pura; non è un vento mite e gonfia il mare in pochi istanti, qualche volta lo lascia nervoso per giorni e lo riempie di ochette bianche che ti spruzzano la faccia lasciando una maschera dura di sale, altre volte scatena onde grandi grandi che rotolano su se stesse per finire schiantate a terra con gran frastuono.
I marinai guardano le loro barche dai moli con una certa apprensione e qualche volta alzano gli occhietti stretti al cielo, quasi a chiedere grazia.
Le barche che d'estate sono in rada e non in porto, restano sempre all'erta durante queste mareggiate estive. Le catene dei corpi morti si tendono e fischiano e creano corrente elettrica e poi ripiombano con un tonfo sott'acqua.
La risacca si fa più greve ed il rotolare dei ciotoli mi ricorda quelle canne di bambù tipiche delle Ande, piene di sementi, che quando le capovolgi suonano.
Io dormo così bene con questi rumori, mi cullano e mi fanno sentire a casa.

Non c'era ancora lo scirocco quando arrivammo prima del tramonto; passata la porticina verde della Madonna ti feci subito notare la mia casetta tutta mia, quella dove passo il periodo estivo. Quando avevo circa quindici anni e nella casa sotto, quella vera, c'era la mia famiglia e qualche volta anche degli amici dei miei o qualche parente meno prossimo, io mi trasferii per non discendere più. Da giugno a settembre io stavo lì: che gioia, che trasgressione quella mia totale indipendenza spazio temporale. Una stanza tutta per me, con due letti più due sul soppalco e con il mio bagno con la doccia. Che lusso, mi sembrava un sogno. Ci suonavo e cantavo anche fino a mattina e nessuno mi poteva sentire, attorno solo alberi, qualche scricchiolio di pinoli, e le campane.
I pinoli sono la cena preferita di alcuni topolini con la pancia bianca che vivono solo sugli alberi da queste parti e che mangiano solo quelli, sono carini e simpatici anche alle femminucce più impaurite. Nella casetta, ai tempi ne sono passate tante, lo confesso.

E le campane sono del campanile che minaccia o protegge proprio sopra la casetta.
Una volta era l'abitazione dei custodi del conventino, come si chiama ancora oggi ma le suore non c'erano, era casa di villeggianti.
Però io le suore me le ricordo bene da ragazzino, stavano in una colonia poco distante e si erano affezionate alla baia di Prelo e ci venivano a fare il bagno. Le ricordo in acqua fino alla cinta, natanti altre, con i loro vestiti neri inzuppati. Sembravano delle foche, monache.
Dalla casetta si raggiunge la casa attraverso il giardino, la scala in mezzo al giardino. Poi un'altra scaletta in mezzo ai fiori che a notte bisogna farci attenzione perchè se non c'è la luna i gradini irregolari potrebbero trarre in inganno.

Già da tempo lo respiri ma a metà scala lo vedi. E' verde perché tutta la baia è ricoperta dalla posidonia, la grande pianta del mare, dispensatrice di ossigeno e tenutaria per l'amore dei cavallucci e delle orate. Da questo momento non ti molla più, lo puoi vedere quasi sempre da qualunque finestra o pertugio. Il mio mare natale.

E' una casa galleggiante, come una nave attraccata in banchina solo che non si balla e non ci si copre di rugiada. Poi ha questo corridoio lungo lungo dal quale accedi a tutte le stanze e non sai che bello guardarsi sbucare, scomparire, apparire ancora come in un danza tra le quinte. Poi la mia stanza con gli armadi di plastica ed i letti di legno che si guardano in cagnesco, che mi ha visto in tutti i modi: nostalgico, appassionato, leggero, disperato. Che era sempre pronta a cantarmi la ninna nanna, che si chiudeva da sè la porta per lasciarmi il mondo tutto fuori.

Proprio non volevi svegliarti stanotte, continuavi a domandarmi che ora fosse ed io a spiegarti che era l'ora della pesca e che quella era l'unica risposta ragionevole. Qui non esiste il tempo inventato dall'uomo, non esistono le matematiche precise delle lancette o della sabbia che scorre. Qui non è l'uomo che fa il tempo ma il contrario: è proprio lui che ci muove, che ci nutre, ci addormenta, ci immobilizza e ci lascia amare.

Solo le campane tradiscono tutto. Io non le sento più da sempre ma chi non c'è abituato a volte stenta ad addormentarsi. Toccano ogni quarto d'ora, un tocco forte per l'ora ed uno lieve per il quarto, all'una meno un quarto c'e' da impazzire. Quando soffia lo scirocco però non si sentono, il vento dal mare le porta via in alto sopra ai monti e qualcuno giura di averle sentite anche a Busalla che è là, subito dietro i colli.
Quando soffia tramontana, invece, precipitano giù nella casa, poi rimbalzano sulle case di fronte e ritornano e creano echi, ritardi, rimbalzi, consapevolezze non sempre desiderate.

Come sei bella, amica mia. Come sei terribilmente bella e vera in mezzo a tutta questa paccottiglia di luoghi, odori, ricordi che hanno inventato la mia vita e me, che oggi sono un pezzo della mia vita. Come diventi vera in questo posto severo che non mi ha mai scontato nulla, non mi ha mai smussato una gioia, non mi ha mai interrotto un dolore. Anzi, a tratti li ha moltiplicati per forza e intensità. E' un moltiplicatore di tutto e allora quanto ti posso vedere qui! Quanto ti posso toccare qui! Quanto ci si puo’ amare qui! Quanto si può soffrire qui.

Ci sono almeno cinquanta gabbiani molto alti, restano immobili con la prua a sud, controvento. Aspettano tonnellate di moschini senza fatica, sembrano aquiloni famelici e vivi. I gabbiani, noi marinai, li avviliamo. Diciamo che sono degli uccellacci malefici. Non è giusto, sono proprio loro ad indicarci la presenza del pesce. Quando i gabbiani si radunano al pelo d'acqua e sbattono e strisciano le ali sembra non abbiano più logica o strategia precisa ma sotto c'è la palla di acciughe, raggrumate, affiancate, saldate contro la morte. La morte che viene dal cielo con i gabbiani e dall'inferno con i tonni. E che un po' ci assomiglia.

Niccolò Lapidari - Fernanda Pivano - (agosto 2003) Edizioni S.I.A.E.

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