PERVERSIONI PRENATALIZIE
Da sempre mi capita, inconsciamente, di fare acquisti assurdi nel momento più assurdo possibile.
In uno dei giorni del trascorso ponte di sant’ambrogio mi dimentico totalmente del delirio umano che accerchiava la mia dimora. Quel delirio brulicante che mi vide barricato in casa dopo aver controllato uno per uno tutti i beni di prima necessità grazie ai quali avrei sopravvissuto. Quasi fossi stato alle soglie di un bunker antiatomico post allarme defcon 1.
Mi dimentico ed esco…
Con un’idea precisissima, trasgressivissima nella testa. Apro il portone di casa e non riesco a uscire. C’è un tale traffico pedonale sul marciapiede che nessuno si sogna di lasciarmi spazio. Penso ad inventarmi un semaforo di fortuna, quasi immediatamente vengo colto dal pensiero di desistere e richiudere il portone ma all’improvviso, forse invaso da una forza aliena, folle o Jedi, mi faccio largo come un all black tra le tonnellate di carne semovente e riesco a raggiungere il lugo del desiderio oltre la piazza.
Il luogo del desiderio è un enorme supermarket su tre piani dedicato tutto allo….sport!!!
Fin dalla prima volta che l’ho visto, cinque anni fa, quando ho trovato dimora da ‘ste parti mi è venuto un senso di nausea e di totale inutilità, anche considerando che fino a un paio d’anni prima ricordavo una utilissima Standa.
E invece no, quell’enorme insegna azzurro mutanda con scritto “DECATLOOON” mi perseguita ogni giorno della mia esistenza.
Allora lo devo sfidare, prenderlo di forza, non dargliela vinta, non lasciarmi abbattere dalla sua stupidità in azzurro.
Varco a stento l’ingresso, giusto il tempo di prendere atto che la densità umana interna era uguale a quella esterna, un enorme signore nero di look e di fatto, mi ferma con una mano da 8 chili sulla spalla. “Signore, dovrebbe depositare gentilmente lo zainetto nell’apposito armadietto”. Cazzo, è un poeta? Penso ma subito decido che è un rompicoglioni e che me tornero’ a casa ma, illuminazione: “Guardi non posso proprio, ho dentro un’arma regolarmente denunciata che non posso abbandonare, mi perquisisca pure quando esco”. “bene, signore, vada pure”.
Come dicevo ci sono migliaia di formiche in ogni dove, è impossibile avanzare, pero’ non c’è nessuno alle casse e i commessi li noto – chi girarsi i pollici, chi fare il sudoku, chi messaggiare, chi dormiente – in ogni angolino delle multiple stanzone.
Quello che serve a me è totalmente disoccupato, oltre che preparato, gentilissimo e rapidissimo. Si chiama Tony.
IO: Vorrei una bicicletta! (lo so che state pensando che stia scherzando o che sia un regalo per qualcuno)
TONY: Certo, di che tipo?
IO: In che senso?
TONY: Mah…dove prevede di utilizzarla.
IO: Non sono nemmeno certo che la utilizzero’, intanto vorei comprarla e se mai dovessi usarla penso di usarla in città, al limite al parco capello.
TONY: chiarissimo, mi segua.
Nel tragitto vengo colto da brividi di emozione contrastati dal terrore di non aver la più pallida idea di cosa mi sarei trovato davanti e soprattutto quanto potesse costare, in considerazione che l’ultimo mezzo simile lo utilizzai fino alla quarta liceo e me l’aveva regalata un mio compagno dal cognome altisonante che ne cambiava una ogni tre giorni. Nel dubbio, come si dice spesso, mentre camminiamo veloci verso il sogno gli sussurro con overture di colpo di tosse: “una cosa semplice eh…”
Intravedo la prima della fila e il suo cartellino, 1.999
Penso di sfruttare la massa e di darmela a gambe. Ma poi capisco che più si avanza e più si scende. Comincio ad essere speranzoso: 999, 769, 449…ok ci siamo, ce la faccio. Ma lui che è molto più saggio di me la fila la fa tutta e si ferma appena prima di quelle rosa con le rotelle.
TONY: Ecco la sua bicicletta, 139 euro, 24 rapporti shimano, forcella ammortizzata, twin wing blin beta.2, force feedback, tubeless, abs, controllo di trazione e luci di prua e coronamento in omaggio.
Penso: questo mi prende per il culo…
IO: Ma è sicura?
TONY: In che senso?
IO: Boh. Comunque la prendo quando posso passare a ritirarla?
TONY: Mentre lei fa lo scontrino io vado a prenderle quella per la sua altezza, la regolo tutta, torna giù e gliela consegno. Uno e ottantacinque, circa, vero?
IO: mah, facciamo uno e ottanta. (tronfio e vanesio) Vado e torno.
Dopo dieci minuti di orologio ero in strada col mio nuovo bolide.
E qui comincia l’odissea: come si accendono le luci di via? Ah ecco, dei bottoncini, miracolo, luce sia.
Proviamo a salire, cazzo che male. E adesso dove vado che non c’è mezzo metro di strada libero? Scendo e la porto lontano a mano.
E qui comincia un’ora di fortissime emozioni spazianti dal quinto girone di Dante al Paradiso eterno, senza tappe in purgatorio. Pensieri liberi:
- Fa un male al culo impressionante, anche da fermo.
- Sul pavè sconnesso rischio di perdere la dentiera
- Libertà assoluta
- Assenza di rumori, tipo cilindro che batte in testa o rilascio gas di scarico
- Provo tutti e 24 i rapporti per capire che in città (Milano) ne basta uno, questo!
- Le piste ciclabili qua e là esistono ma ci sono tutti i culi delle macchine parcheggiate in mezzo, meglio il marciapiede.
- Al parco capello si può bloccare la posteriore sulla ghiaietta e derapare alla capirossi.
- Non trovo gli specchietti retrovisori, forse non ci sono
- La gamba destra del pantalone è da buttare
- Bello pero’ muoversi all’aperto! Altro che ellittica in camera…
- Si rischia la vita ma io la rischio anche in tanti altri modi meno salutari
La appendo nell’apposito appendino condominiale
Mi tramano le gambe, sono tutto rosso, sudato come un salame al sole nonostante i 4 gradi.
Mi sento bene, ho tanta sete, peso un chilo di meno.
Vedremo se la riprendero’, credo proprio di sì. Al limite la porto in Corso Garibaldi, non la lego, e entro in un bar a farmi una bottiglia di pecorino abruzzese.
PS: Ieri sera a mezzanotte, uscedo da casa di amici, ho preso parte, senza premeditazione, a un corteo di biciclettomani. Mi salutavano, bellissimo, ma anfdavano troppo veloce.
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