LETTERA A ESTER PRANDI GUCCINI
Cara Ester,
se alcune voci popolari padane non m’ebbero in inganno, dovresti essere attigua di casa al celebre trampoliere Francesco Guccini detto anche Franz, Cecco, Lemuele, già Gatto e Filemazio.
Se così in vero fosse e ti capitasse di incrociarlo dall'alto sul desinare del giorno ti chiederei con gratitudine di farti messaggera di queste poche cose mie.
Digli che oggi ho 39 anni e che la prima volta che lo vidi ne avevo poco più di dieci. Pioveva forte e c’era una casa bianca illuminata sulla collina dietro a me, oltre me un prato bagnato.
Mi aveva portato mio zio ‘Merico, doveva essere settembre e forse lui non sapeva che sarebbe stato uno di quei giorni che ti porterai addosso per sempre. Sorrido oggi al pensiero che ci trovavamo entrambi ad Arcore, inconsapevolmente beati di poggiare il culo su una bomba che da lì a poco sarebbe esplosa materializzando televisioni e posti di lavoro. Quanta magia quell’inerme Arcore di allora!
In quegl’anni, ormai padrone del giro di re-resettepiù non saltavo una strofa della pensilvènia-stèscion neanche a morire e le ragazzette mentre tombavano in amor, non celavano sguardi perplessi all’inattesa serenata. Non capivano ma gli piaceva da matti e poi volevano quella dei mesi perché ognuna aspettava il suo, poi quella della strada per farci la 5° sul ritornello, poi quella del tacchino per mettersela sul cuore e andare a nanna. E poi via al palasport di Cantù con papà che da bambino mi addormentava col Leone di San Marco e mi faceva pure gli uccellini.
Poi un giorno lo incontrai il tuo Francesco al teatro tenda di Milano, c’erano anche Vecchioni e Bertoli. Mi aveva portato Roberto, che già conoscevo, con la sua R4 azzurrina piena di “toscani montecitorio” perché io non avevo la patente e nemmeno i pass per entrare. Lui sapeva quanto tenessi ad incontrare Francesco e quando me lo presentò disse: “Lui è Niccolò, ha 14 anni e conosce tutte le tue canzoni a memoria”. Mi parve poco rappresentativo a causa dell’ottusa adolescenza e aggiunsi: “Le conosco perché le canto e ci sono cresciuto”, Francesco si addolcì ed in segno di simpatia mi svelò dalla custodia la sua splendida Ovation che ripensandoci oggi fu come il miracolo del riccio e della castagna per non fare metafore sulla rivelazione di colombe od altri ammennicoli femminili sotto al palco del Florìda. Oggi l’ho io.
Da allora non ebbi più bisogno di pass per i camerini, bastava incrociare Ellade o Ares o Renzo che mi portavano dentro. Con Francesco facevamo il gioco della scaletta: se aveva in programma per la serata un brano inconsueto, io dovevo indovinarlo. Al massimo mi diceva una parola. Una volta a Sestri Levante gli ho beccato al primo colpo un “Quando è tardi” con un flebile “sguardi” d’invito.
Poi i concerti li seguivo dal fondo, zitto zitto al fianco di Renzo che stava in piedi con le mani giunte dietro la schiena. Mi avevano adottato, insomma.
Digli che c’ero anch’io sulla torre e che non ho mai confuso Venere tra sera e mattino.
Digli che è un po’ colpa mia se ha dovuto cantare nel “Dio è morto” di Ornella. Una sera di qualche hanno fa mi trovavo a Venezia ospite nella sua casa; stavo scrivendo dei testi per il suo disco Argilla. Le dissi che il verso “..nella magia di una galea che passa e lascia la scia.” Era una mia personale dedica all’Isola di Francesco. Ornella mi chiese di raccontarle questo Guccini che tanto mi faceva bene. Io le dissi che era alto abbastanza da avere la testa nelle nuvole ed i piedi piantati nella terra, poi le feci sentire “inutile” e “vorrei” non ricordo in che ordine. Le dissi che era un uomo nostalgico ma terribilmente pieno di vita, ovvero sapeva anche guardare avanti.
Ornella si commosse, le avevo fatto vedere quel lato di Francesco che non conoscono tutti ed in quel momento confesso che sognai di curare la produzione di “Ornella canta Francesco”.
Finimmo il disco e ci perdemmo un po’ di vista. Dopo qualche tempo sentii “Dio è morto” e seppur in parte ne fui contento. Ornella mi disse che avevo ragione: “Francesco è una persona dolcissima con fantasia sterminata e mani infilate nella terra”.
Digli, Ester, che ogni tanto mi invitano in qualche comune padano a cantare le sue canzoni e mi dicono sempre “Ci sarà anche lui”! Ed io rispondo sempre che non è vero ma ci vado lo stesso. Che mi chiedono il suo numero di telefono non sapendo che non l’ho mai dato nemmeno a me stesso perché sono diventato terribilmente timido, altro che quando avevo quindic’anni!
E poi Francesco ha solo il numero di Pavana, non possiede cellulare nè email.
Digli che una sera la Fernanda, che si prese davvero a cuore i miei miseri scritti mi minacciò che se non l’avessi chiamato io l’avrebbe fatto lei perché quelle cosette le doveva leggere. Il giorno dopo mi chiamò e mi disse che gli aveva telefonato e che Francesco stava dormendo perché era andato a funghi all’alba (verso le 15?) e non connetteva. Vedi che facevo bene a non chiamare?
Fernanda mi ha voluto davvero bene, non so se per le mie canzonette o per il tasso etilico che con gli occhi azzurri le faceva un po’ Hemingway ma poco importa.
Digli che la mia bella compagna di qualche anno fa mi ha stregato di sorpresa scrivendomi: “Che oroscopo puoi trarre questa sera, mago”?
Buon vento Ester.
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