Appunti disordinati del viaggio
29 gennaio, 2006
27 gennaio, 2006
Pensiero leggero.

La tua bellezza non ha forma o tempo
scivola leggera a cavallo, sul mio piano o sul tempo
ti riconosco in quello che hai visto
ti ricerco in questo inatteso vento.
Non sono i tuoi anni a farmi timore
non son le rughe spaventate sul ciglio degli occhi
ho visto tante stelle mentre facevo l'amore
non è il consueto viaggio disperato fra specchi.
Sarai forse tu a farmi vedere il cielo?
O ti basteranno i miei sfondi di acquarello
saranno le tue attese a consacrarmi vero
il mio "carino" diventare "bello"?
n'
21 gennaio, 2006
Talenti Riservati: Maria Alberti

Nasci e ti ritrovi alla stazione di partenza.
Sali su un treno a caso, forse quello dai colori che ti appaiono più belli, non hai la minima idea di dove ti porterà. Molti, poi, trovano coincidenze e, stanchi del solito viaggio, scendono a stazioni di passaggio e risalgono su un nuovo treno, dai colori più vivi, con l’illusione che li porterà in un posto migliore, dove il clima è più temperato.
Il 13 agosto del 1963 io scelsi la mia locomotiva a vapore di colore blu... e non ci sono più scesa. Nessuna coincidenza, nessun cambio vettura. Blu: il colore del cielo, il colore del mare, quando il sole comincia a scendere e la sera a tornare.
Non ho mai amato i colori sgargianti, mi irritano gli occhi e, per ripararmi da quelli che avevo attorno, ho acquistato degli occhiali fotocromatici fin da quando ero molto piccola. I primi erano più “lenti” e solo ad una luce molto forte o in un tempo molto lungo si scurivano. Da anni indosso lenti “veloci”; si scuriscono istantaneamente al primo abbaglio.
Ci sono treni veloci: intercity, eurostar; si fermano solo alle stazioni più grandi. Ci sono gli interregionali e i regionali: fanno sosta ad ogni stazione; solitamente hanno un tragitto più limitato e si accontentano di mète più modeste.
La mia è una locomotiva a vapore, abbisogna continuamente di legna da ardere per non fermarsi. Va adagio e visita tutte le stazioni più sperdute. Qualche volta ha fatto sosta in grandi stazioni, per curiosità più che altro, forse richiamata da qualche voce. Si è sentita soffocare dal rumore e fumo di tutti quei treni ipermoderni; si è sentita stordire da vociferanti altoparlanti e gente frettolosa che corre in ogni direzione, alla ricerca di una coincidenza da non perdere.
Da anni la mia locomotiva tira dritto evitando le grandi città. Nelle stazioni più piccole e sperdute s’incontrano poche persone: uomini con rughe profonde che hanno ancora occhi per un incrocio di sguardi. Puoi soffermarti per un po’ di tempo a parlare, a raccontare le tue storie ed ascoltarne altre; sguardo nello sguardo per leggere l’anima, incrociarsi di dita differenti per assorbirne il calore. Ci sono dite lunghe e affusolate da pianista, mani nodose e screpolate che ti raccontano una vita, mani nervose ed altre delicate.
Un uomo lo conosci dallo sguardo: sguardi fuggenti e superficiali, o profondi e intensi; sguardi ironici e sprezzanti, o romantici e veri, a tratti melanconici e capaci ancora di piangere. Le lacrime rendono più candido lo sguardo.
Un uomo lo conosci dal calore che ti trasmette quando gli stringi le mani, quando ti stringe fra le sue braccia, quando ti addormenta con la testa sul suo torace rimanendo a guardarti e accarezzarti. “Addormentare una donna è come farci l’amore” ha scritto un mio amico.
Sono soste, soste, alcune brevi e altre più lunghe.
Ad ogni uomo che incontro lascio un bacio, una parola e un mio capello sul suo maglione; da ogni uomo mi porto via un sorriso, un ricordo e il suo profumo.
Ci sono treni che hanno 10, anche 15 vagoni. Vetture ipermoderne con poltrone che si inclinano in ogni direzione. Caricano un sacco di gente... che poi puntualmente scaricano per far salire nuove facce.
A volte li incrocio e dai finestrini riconosco colori già visti, volti conosciuti.
I binari a volte s’incrociano, per poi riallontanarsi. A volte sfioro altri treni: ci si guarda, ci si annusa; si percorre un pezzo di strada insieme e dai finestrini le nostre mani si sfiorano. Poi ognuno riprende la sua direzione. I miei binari portano lontano, molto lontano... a tratti attraverso il deserto. Non so mai quando rientrano su sentieri meno isolati.
La mia locomotiva è piccola. Ho costruito nell’abitacolo un piccolo sgabello per riposarmi quando le gambe tremano; un tavolo dove appoggio un vecchio diario di bordo dove annoto un pensiero per ogni uomo che incontro, una vecchia lampada a petrolio e un calamaio. Alla mia destra ho messo una piccola cassettiera dove conservo fotografie di albe e tramonti sul mare, ritratti sfumati in seppia.
La mia locomotiva è piccola, non ha nulla a che vedere con le vetture moderne e colorate. Conserva il suo originale colore blu che aveva dipinto l’artigiano che la costruì. Che fosse Dio? C’è un odore di legno e una luce calda e naturale che non altera i colori. C’è sempre un fuoco acceso per poter viaggiare e riscaldarsi.
La mia locomotiva è piccola e antica; ho capito da tempo che non c’è spazio per due.
p.s. voi, su che treno siete saliti? su che treno viaggiate?
Maria Alberti
13 gennaio, 2006
Evgenij Onegin

Manuela Aufieri
Andare alla prima di un'opera alla Scala è sempre un'emozione.
Se poi, come sempre avviene, mi invita la mia amica Manuela (nella foto)è ancora più emozionante.
Quella lì si muove sul palco, quel Palco, con armonia e sapienza così rare che la becchi subito anche da lontano. Nonostante siano in tante, parrruccate ed accrocchiate.
Le dedicherò presto un post in una nuova sezione del blog che si chiamerà: "talenti riservati".
Tuttavia non si vuole parlare di lei in questo post ma dell'opera.
"Evgenij Onegin" di Čajkovskij.
Ma ragazzi, chi è cresciuto in Italia con Puccini, la sua Butterfly, la sua Boheme, i Verdi, i Wagner dell'Oro del Reno, di tutta questa roba russa si fa una pippa.
Non vorrei dire che sia brutta ma sentirla e vederla in terra nostra, stride.
Dove sono le Armonie, le melodie lievi di "un bel dì vedremo" o della "gelida manina"? Dov'è il bel canto?
Già così irreale perchè nato in tempi di non amplificazione e ricorrente da anni come una gara di Topolino.
Dov'è il senso preciso dell'opera, i testi di Illica e Giacosa...qui ci prendono per tonti in una melassa di musica e di libretti da fotoromanzi.
Dove sono i giovani cantanti come lo erano Pavarotti e Freni diretti da Karajan?
Oggi Pavarotti, dopo venti anni di non studio e di carbonare se mi invitasse alle Pav&friends non ci andrei! (qui lo dico e qui lo nego) ma si facciano un bell'esamino di coscienza tutti: i Bono. gli Sting; Le madonne che ci vanno. Quello è il circo, non è l'opera, non l'hanno capito?
Come stasera alla Scala. Circo puro, pubblico smanacciante a scena aperta per qualunque "forte" dei timpani in chiusura sulla tonica. Orrore!!! Tenori tromboni che Albàno se li mangia (scherzo, ma il paradosso è verosimile).
Una baracconata da 200 euri a cranio per tutti gli impreparati attori, pubblico zoombie, pronto a sublimare un nulla che, pagato caro, doveva essere importante ad ogni costo. Prezioso.
Ma chi cavolo decide cosa fare alla Scala e con chi? Io lo so, ma lascio la domanda appesa...
Onore e lode a Olga Guriakova (Tat'jana), sottesa, attenta a quello che fa, che "arriva di brutto" insomma. Emoziona.
Grande anche il direttore Vladimir Jurowski, 30 anni (trent'anni!!!) che non vuole farsi notare ma asseconda le richieste dell'autore di restare sommesso, quasi in un dialogo fra pochi.
Così sono pure le scene che alla lunga stancano e annoiano, si sarebbe potuta fare in un capannone dell'Arcadia di Melzo quest'operetta.
Tifo alla "Manu", sublime e onore al barista del foyer, che dopo 25 minuti di coda mi ha chiesto 40 euro per due "Gangia dei Gangia".
L'opera è italiana, come la pizza. farla meglio se sei un russo o un americano è un casino; verosimilmente tromberai qualche sprovveduto o nostalgico a NY, certo non sul lungo mare Caracciolo a Napoli. A Milano accade anche questo.
n'
03 gennaio, 2006
tuo padre

E il vecchio con il lupo camminava davanti a me.
Sembrava di vedere tuo padre sul finire del giorno.
Tuo padre non l'ho conosciuto ma lo ricordo.
Lo conosco bene attraverso i tuoi occhi che sono sempre così pieni di lui che nemmeno te ne accorgi.
I giorni dedicati a un cane, a un padre, a un rimpianto.
Sono giorni di gennaio, di anno nuovo che ti vedi pronto a migliorare.
Che dio ti guarda dall'alto e non fa rumore, che i brividi passano ma si fermano nella pancia, talvolta nel cuore.
Hai hai, mi sono fatto male al gomito, sbattuto sullo spigolo del tavolo di legno.
Qualche volta ti penso, vecchia amica lontana, ma non vali più molto; la mia vita oggi è migliore, vecchia strega. Del tuo babbo non ho ricordo.
Addormentare una donna è come farci l'amore, i gatti normalmrnte stanno lontano.
Tuo padre lo vedo nei cuscini, nelle mutande a sgocciolare.
Forse pudore, quello che basterebbe per volerti bene, senza aggressione.
Senza un sospiro, un controtempo, un dolore.
Tuo padre ti assomiglia ora che è bambino e tu cerchi come lui di trattenere le lacrime.
Ma è il solito gioco che fa sempre nove, lo stesso copione, lo stesso cammino.
Le stesse prove.
n'
