Del poeta e il suo autista nel vento

- Guarda quanta bellezza laggiù.
Il cerchio dell’acqua si incontra a sud e scappa verso le campagne come una lacrima capovolta, un segreto femminile di fantasia e ricorrenze. La stessa tavolozza del rame nelle strade, della ferrite sui muri e la castagna dei tetti a sedurre il cromo dell’acqua.
Se arriva musica è di rotaia, del bar dei cavalli o del vento infilato tra i muri di Brera che mette in assonanza i balconi e suona gli ottoni alle porte; le parole sono uccelli in planata.
Poi via verso la periferia a schiantarsi sui palazzi alti che bramano il cielo, severi e forti soldati di piombo. L’aria fredda amoreggia sulle prue delle biciclette, poi sposata in condensa ai rami neri dei viali. Milano è una donna che vorrebbe fare l’amore ma poi scivola via con un buon passo di tango. Milano sono i suoi occhi appesi al cielo che scrutano la primavera attraverso l’inverno, breve solletico al cuore e svalutato eterno.
Che fai Albatro, non favelli?
- Vi ascolto Signore, è una scelta.
Arriviamo da lontano, sono un po’ stanco. Se permettete: sospetto che guardaste poco al cuore della gente, vi sono sembrati felici, quanta gente vede questa bellezza?
- Non cambierai mai compagno di viaggio, la tua mente non si rassegna ai suoi limiti.
Ho visto una ragazza stringersi nel mantello della galleria per paura di volare mentre suo padre spalancava le mani al niente rimandando l’atterraggio. Il giornalaio era rapito dal nuovo sole e i suoi giornali bruciati di luce si infilavano nel giorno. Che capolavoro i suoi occhi di padre, tesi in attesa sul corridoio Mangiagalli, bello il dolore tagliente di lei che non si volta sulle scale della Centrale Ho visto altri figli vagare a testa bassa lungo il prato di San Lorenzo, non guardarsi negl’occhi, non darsi il buongiorno, non toccarsi le mani.
Sono i giorni dell’inadeguatezza, giorni che mi sento incerto del mio lavoro, distratto, annoiato. Sonnecchia la vena di un tempo o forse non mi è più dato comunicarla.
Il vento è passato o è l’ora della bonaccia apparente?
- L’umile sospetto, mio Signore, è che questa gente fraintenda il vostro mestiere. Preferiscono pensarvi un tecnico, un amministratore di gioia o di dolore e non l’animo libero del Poeta che siete.
Hanno trasposto in voi la loro stessa immagine, come un ologramma della parte buona mancante, quella della fantasia, dell’amore, del volo, della speranza. La vostra figura appare loro come risolutrice e non ispiratrice. Hanno trascorso millenni a cercarvi con ogni mezzo invece di leggervi attraverso le cose belle che avete inventato e che avevano lì, a portata di mano. Anche questa gente di Milano in qualche modo si ammala e contagia nel vostro nome, altra leviga ginocchia in perpetua preghiera, altra ancora vi teme e incensa per imbonirvi. Perdonate la mia domanda irriverente: voi tutto questo l’avevate previsto, avete forse delle colpe per tale incalcolabile fraintendimento?
Vorrei tanto portarli tutti, uno ad uno, sulle mie ali a vedere da quassù la magia delle loro famiglie, della loro città: ‘stamattina quasi sospesa, come una terrazza da coltivare, una carezza, un pensiero d’amore.
- Si riparta Albatro, si è fatto tardi. L’alba è ammantata dal sole e l’ora per Milano è scaduta. Ho scritto dei versi e li ho lasciati appesi al vento. Il nostro impegno si compie qui e quei versi non hanno prescritta destinazione, sono liberi come libero è l’uomo di non leggerli.
Ci attendono a Lisbona, mi confermi?
- A Kabul, Signore.
n'

4 Commenti:
E' proprio Milano. E noi.
Caro, il poeta è sempre frainteso, e il vento torna sempre.
S
Dove sei? :-*
Da qualche tempo ho trasferito le mie scarabattole in riva al mare, non durerà in eterno ma per il momento mi godo una qualità di vita molto diversa dalla milanese tosto raccontata.
E tu, se non erro, ne sai qualcosa.
n'
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