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21 gennaio, 2006

Talenti Riservati: Maria Alberti



Nasci e ti ritrovi alla stazione di partenza.
Sali su un treno a caso, forse quello dai colori che ti appaiono più belli, non hai la minima idea di dove ti porterà. Molti, poi, trovano coincidenze e, stanchi del solito viaggio, scendono a stazioni di passaggio e risalgono su un nuovo treno, dai colori più vivi, con l’illusione che li porterà in un posto migliore, dove il clima è più temperato.
Il 13 agosto del 1963 io scelsi la mia locomotiva a vapore di colore blu... e non ci sono più scesa. Nessuna coincidenza, nessun cambio vettura. Blu: il colore del cielo, il colore del mare, quando il sole comincia a scendere e la sera a tornare.
Non ho mai amato i colori sgargianti, mi irritano gli occhi e, per ripararmi da quelli che avevo attorno, ho acquistato degli occhiali fotocromatici fin da quando ero molto piccola. I primi erano più “lenti” e solo ad una luce molto forte o in un tempo molto lungo si scurivano. Da anni indosso lenti “veloci”; si scuriscono istantaneamente al primo abbaglio.
Ci sono treni veloci: intercity, eurostar; si fermano solo alle stazioni più grandi. Ci sono gli interregionali e i regionali: fanno sosta ad ogni stazione; solitamente hanno un tragitto più limitato e si accontentano di mète più modeste.
La mia è una locomotiva a vapore, abbisogna continuamente di legna da ardere per non fermarsi. Va adagio e visita tutte le stazioni più sperdute. Qualche volta ha fatto sosta in grandi stazioni, per curiosità più che altro, forse richiamata da qualche voce. Si è sentita soffocare dal rumore e fumo di tutti quei treni ipermoderni; si è sentita stordire da vociferanti altoparlanti e gente frettolosa che corre in ogni direzione, alla ricerca di una coincidenza da non perdere.
Da anni la mia locomotiva tira dritto evitando le grandi città. Nelle stazioni più piccole e sperdute s’incontrano poche persone: uomini con rughe profonde che hanno ancora occhi per un incrocio di sguardi. Puoi soffermarti per un po’ di tempo a parlare, a raccontare le tue storie ed ascoltarne altre; sguardo nello sguardo per leggere l’anima, incrociarsi di dita differenti per assorbirne il calore. Ci sono dite lunghe e affusolate da pianista, mani nodose e screpolate che ti raccontano una vita, mani nervose ed altre delicate.
Un uomo lo conosci dallo sguardo: sguardi fuggenti e superficiali, o profondi e intensi; sguardi ironici e sprezzanti, o romantici e veri, a tratti melanconici e capaci ancora di piangere. Le lacrime rendono più candido lo sguardo.
Un uomo lo conosci dal calore che ti trasmette quando gli stringi le mani, quando ti stringe fra le sue braccia, quando ti addormenta con la testa sul suo torace rimanendo a guardarti e accarezzarti. “Addormentare una donna è come farci l’amore” ha scritto un mio amico.
Sono soste, soste, alcune brevi e altre più lunghe.
Ad ogni uomo che incontro lascio un bacio, una parola e un mio capello sul suo maglione; da ogni uomo mi porto via un sorriso, un ricordo e il suo profumo.
Ci sono treni che hanno 10, anche 15 vagoni. Vetture ipermoderne con poltrone che si inclinano in ogni direzione. Caricano un sacco di gente... che poi puntualmente scaricano per far salire nuove facce.
A volte li incrocio e dai finestrini riconosco colori già visti, volti conosciuti.
I binari a volte s’incrociano, per poi riallontanarsi. A volte sfioro altri treni: ci si guarda, ci si annusa; si percorre un pezzo di strada insieme e dai finestrini le nostre mani si sfiorano. Poi ognuno riprende la sua direzione. I miei binari portano lontano, molto lontano... a tratti attraverso il deserto. Non so mai quando rientrano su sentieri meno isolati.
La mia locomotiva è piccola. Ho costruito nell’abitacolo un piccolo sgabello per riposarmi quando le gambe tremano; un tavolo dove appoggio un vecchio diario di bordo dove annoto un pensiero per ogni uomo che incontro, una vecchia lampada a petrolio e un calamaio. Alla mia destra ho messo una piccola cassettiera dove conservo fotografie di albe e tramonti sul mare, ritratti sfumati in seppia.
La mia locomotiva è piccola, non ha nulla a che vedere con le vetture moderne e colorate. Conserva il suo originale colore blu che aveva dipinto l’artigiano che la costruì. Che fosse Dio? C’è un odore di legno e una luce calda e naturale che non altera i colori. C’è sempre un fuoco acceso per poter viaggiare e riscaldarsi.
La mia locomotiva è piccola e antica; ho capito da tempo che non c’è spazio per due.


p.s. voi, su che treno siete saliti? su che treno viaggiate?

Maria Alberti

5 Comments:

At 11:18 AM, Anonimo said...

Nemmeno una citazione di Vecchioni?
Eureka!!! Ne avevamo le palle
frantumate!!
Comunque, visto "l'andamento" delle
ferrovie, è meglio non prendere
alcun treno.

 
At 4:04 PM, giorgia said...

Il mio treno non viaggia con una meta precisa, è il viaggio in sè che lo interessa. Una volta i suoi binari erano le montagne russe, gli manca un po' l'adrenalina della picchata, ma si gode i prati della pianura e intanto cerca sempre posti nuovi.

 
At 4:11 PM, Niccolò said...

Anonymous, se non sei Vecchioni firmati.
grazie.
n'

 
At 3:34 PM, maria963 said...

Questo post è stato eliminato da un amministratore del blog.

 
At 4:02 PM, maria963 said...

Leggo solo ora che Nic mi ha fatto l'onore di citarmi sul suo blog... non ho parole... solo GRAZIE!
Leggo anche il commento di chi preferisce l'anonimato. Peccato davvero che abbia scelto di non firmarsi, perché così non so a che volto sto per dire che... dovrebbe ripassare un po' di Vecchioni per cogliere anche in questo mio scritto una citazione di Vecchioni. Peccato deluderlo... peccato non poter vedere la sua espressione e... lo strano effetto che fa.

 

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