
Sono stato ad Istanbul.
La capitale del mondo che avevo sognato nella "Bisanzio" di Guccini.
Il luogo supemo del dubbio, della magia che confonde i pensieri e le esistenze.
Ho navigato per davvero quel Bosforo che nel sogno mi divideva l'oriente dall'occidente e che mischiava nell'acqua del porto le diverse culture, gli odori, le preghiere. Ho visto la sua gente in faccia, così diversa dal presunto, così simile a noi, così pagana. Ho sentito le preghiere amplificate da radioloni altoparlanti, mi sono amalgamato in sciami di orrendi turisti pingui, ho visto sponsorizzato da birra e telecomunicazioni tutto, anche le torri delle moschee.
Ho visto chiese cristiane di cemento, odorato piscio di gatto tra le ferramenta e gli ori degli hotel di lusso. Ho abbassato lo sguardo per rispetto di fronte ad un burka e ci ho trovato delle fasulle Nike di pailettes argentate.
Avrei barattato quindici giorni in barca a vela (ne parleremo piu' avanti) per un istante di vera Turchia, avrei rinunciato ad un amico per incontrare un turco.
Dove sei finita Stamboul, dove sei finito uomo devoto a Dio?
Ho scattato circa duecento foto alla città e ho pubblicato quella che più me l'ha rappresentata.
Si intitola: "allegro e accattivante ristorantino turistico insenato sul Bosforo tra villona stile casa bianca di mafioso e catapecchia stile Norman Bates di diperati".
Abbiamo distrutto il mondo? Che ne pensate colleghi "turisti"? Esiste ancora sulla terra un luogo così stupido da rimanere se stesso alla faccia dei nostri virtuosi Euri o Verdoni? Esiste ancora un uomo che rischia di avere fame ma non ci accorda quel perverso e vuoto bisogno di scattare la foto?
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